Come molti in questi giorni, inizio e finisco col tirare le somme dell'anno musicale che si accinge a terminare lento e inesorabile. Eh, non ho capito... lo fanno tutti, perché non posso farlo anch'io?
TOP 5: CANZONI ITALIANE
- Fuoco! (Appino, "Il Testamento")
"Tutto questo amore io non l’ho mai vissuto, tutto questo amore non l’ho mai voluto. A tutto questo amore io non ho mai creduto, il ricatto dell’affetto che ho sempre temuto, il giudizio della gente, la cieca ammirazione. Le grandi aspettative senza una ragione. Non sei fatto per lottare, non sei nato per lottare."
- Una Palude (Ministri, "Per un Passato Migliore")
"Questo è lo spazio che ci hanno concesso, ti giri e mi dici che a te può bastare se è grande abbastanza per potersi sdraiare. Io non ci riesco, ma ti seguirò lo stesso. Ho mille modi per dire rischiamo, ma quando è il momento smetto di parlare."
- Difetto (Gazebo Penguins, "Raudo")
"Se mi passi il termine, siamo delle generazioni con del tempo da perdere e zero soldi da spendere. Se mi passi il gioco di parole, il tempo e i ricordi si perdono una volta sola. Questo è l’unico tuo difetto: che non ci sei più. Sono l’unico tuo difetto."
- En e Xanax (Samuele Bersani, "Nuvola Numero Nove")
"Se non ti spaventerai con le mie paure, un giorno che mi dirai le tue troveremo il modo di rimuoverle. In due si può lottare come dei giganti contro ogni dolore e su di me puoi contare per una rivoluzione. Tu hai l'anima che io vorrei avere."
- Il Primo Volo (Marta Sui Tubi, "Cinque, La Luna e le Stelle")
"Ho abbandonato già nomi, spazi, specchi, scuse, insulti e adesso non è più colpa mia. Se ti accarezzo voli via, se mi allontano torni qui. Sto bene come sto, non devi preoccuparti. Affiderò il destino a chi per primo abbasserà lo sguardo e son sicuro non sarò io. Se mi avvicino voli via, se mi allontano torni qui. Satelliti e pianeti che si sfiorano sfuggendosi."
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TOP 5: CANZONI STRANIERE
- Indie Cindy (Pixies, "EP1")
"Indie Cindy be in love with me... I beg for you to carry me."
- Infallible (Pearl Jam, "Lighting Bolt")
"Of everything that's possible in the hearts and minds of men. Somehow it is the biggest things that keep on slipping right through our hands. By thinking we're infallible we are tempting fate instead..."
- Dharma and the Bomb (Bad Religion, "True North")
"Wasted days and cigarettes. Cracked cement and palms. Bodhidharma has gone fission with your vedic mom. The Sergeant Major is dreaming of genie and she's armed with a borrowed polka-dot bikini. Tomorrow's coming down like Dharma and the bomb."
- The Vampyre of Time and Memory (Queens of the Stone Age, "...Like Clockwork")
"I want to God to come and take me home, 'cause I'm all alone in this crowd. Who are you to me? Who am I supposed to be? Not exactly sure anymore. Where's this going to? Can I follow through? Or just follow you for a while?"
- Too Many Friends (Placebo, "Loud Like Love")
"Fuck, give it all away, would it come back to me someday? Like a needle in the hay or an expansive stone, but I’ve got a reason to declaim. Applications are to blame for all my sorrow, my pain. Feeling so alone."
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TOP 5: ALBUMS
- Il Testamento, Appino
- ...Like Clockwork, Queens of the Stone Age
- Lightning Bolt, Pearl Jam
- Per un Passato Migliore, Ministri
- True North, Bad Religion
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TOP 5: CONCERTI
- Pixies: 04.11.2013, Alcatraz (MI)
- Bad Religion: 18.06.2013, Alcatraz (MI)
- Ministri: 21.03.2013, Alcatraz (MI)
- Appino: 08.11.2013, Arci Bellezza (MI)
- Paolo Benvegnù: 13.06.2013, Carroponte (MI)
"He's in love with rock'n'roll, he's in love with gettin' stoned, he's in love with Janie Jones"
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mercoledì 4 dicembre 2013
martedì 11 settembre 2012
Bush - Alcatraz (MI), 03 Settembre 2012
Un concerto partito in diesel quello dei Bush l'altra sera all'Alcatraz di Milano. Le prevendite non rassicuranti balzano subito all'occhio appena entrati nel locale, solo seicento biglietti venduti e pochissima gente ad assistere all'ingresso della band. Quest'ultima, che evidentemente non stava vivendo bene il momento appena salita sul palco milanese, pare abbia sbattuto il muso sulla cosa e si vede. Nonostante questo, però, basta comunque il tempo di suonare due pezzi e il pubblico poco a poco prende forma e il parterre si riempie in men che non si dica.
Rossdale & co. non calcavano i palcoscenici da otto anni come minimo e, nonostante il successo avuto nell'era post grunge (Dio, già grunge come parola mi ha sempre fatto schifo...) di metà anni '90, che gli ha garantito vendite e non poca fama, non penso fossero molti quelli che, dopo lo scioglimento del 2002, si siano accorti della reunion del 2010. A me personalmente è capitato di ascoltare il loro primo singolo dopo quasi un decennio di silenzio, "The Sound of Winter", solo su uno dei nostri network nazionali, e questo non solo lasciava un po' l'amaro in bocca ai fan di vecchia data, ma faceva sorgere non pochi dubbi. Il network in questione è conosciuto per la sua programmazione esclusivamente rock (prendetela con le pinze), ma fra i pezzi scritti fino ad oggi dai Bush, a parer mio, non ce n'è uno solo che non possa essere trasmesso su un qualsiasi network fra quelli che spopolano nel nostro paese.
Che siano stati o meno questi i motivi dell'iniziale scarso riscontro di vendite, c'è da dire che nonostante due dei membri storici non ci siano più (il chitarrista co-fondatore della band Nigel Pulsford ha lasciato il gruppo per dedicarsi alla famiglia subito dopo le registrazioni del disco del 2001, Golden State, e il bassista Dave Parsons ha definitivamente lasciato il gruppo in occasione dello split del 2002), la band non ha perso lo smalto e, nonostato un inizio un po' così, dal terzo pezzo in scaletta ("The Chemical Between Us") in poi, ha regalato agli spettatori un'esibizione molto intensa e la sensazione che si ha è che, anche se c'è un disco da promuovere in un paese che non se li è filati fino ad oggi da quasi un decennio, di base c'è lo sforzo da parte loro di celebrare il loro ritorno con una scaletta che ha ben poco di nuovo e promozionale e che fa tuffare tutti quanti in un amarcord indietro di quindici anni abbondanti.
Come già detto, nonostante la "Machinehead" d'apertura, è dal terzo pezzo in poi che la band e il pubblico riescono ad entrare veramente in sintonia e, come un treno, la band tirerà dritto verso classici che un paio d'anni fa in pochi avrebbero mai sperato di poter sentire dal vivo. Il delirio vero e proprio ha inizio dopo appena cinque pezzi e su "Everithing Zen" il pit esplode. La scaletta è un pout pourri più che equilibrato di vecchi e nuovi pezzi che fa tirare il fiato alla band solo dopo un'ora e venti abbondante.
Rossdale non è stato fermo un attimo, però, lasciatemelo dire, secondo me non è normale che pisci sudore in quella maniera. Le prime file potevano tranquillamente insaponarsi, tanto lui li avrebbe lavati tutti. Evidentemente l'entourage è cosciente di questa cosa e, a detta dell'amica Elena (sua la foto presente in questo post), sarà per questo motivo che la sua pedaliera era ricoperta interamente dal cellophane.
Detto questo, c'è da considerare il fatto che, a differenza di molti colleghi celebri, la band, superato l'imbarazzo del primo quarto d'ora, mantiene un buon contatto con il pubblico dall'inizio alla fine, al punto che (si lo so, lo sta facendo a tutti i concerti) in "The Afterline" il bellissimo e sudatissimo cantante scende fra il pubblico e tra moine, pose, finti corteggiamenti e corse in mezzo alla platea, regala uno spettacolo che sinceramente non mi era mai capitato di vedere. La sua corsa lo ha portato a un punto dove è riuscito persino a commuovermi, quando sulle gradinate del locale, in uno spazio apposito, incrocia un signore sulla sessantina costretto su una sedia a rotelle che io e la mia ragazza abbiamo incontrato ad almento altri due concerti milanesi (Mudhoney e Soundgarden), e lo bacia affettuosamente lasciandolo lì, felice ed incredulo come un bambino che scarta il regalo più bello sotto l'albero a Natale.
Il concerto finisce con un encore composto da quattro pezzi, due cover riuscitissime ("Breathe" dei Pink Floyd e "Come Together" dei Beatles), una "Glycerine" alternativa che esplode nell'ultimo ritornello e la conclusica e quasi auto-celebrativa "Comedown".
Dopo due ore e tre quarti e i dovuti ringraziamenti, la band abbandona il palco lasciando addosso al pubblico una sensazione di 'compiuto' che poche volte mi è capitato di percepire ad un concerto.
Un ulteriore punto a favore della band inglese è che l'esercizio di stile c'è stato, non poteva non esserci alla loro età, ma è stato decisamente marginale. Non sarà certo questo a farmi ricordare con poco piacere questa esibizione, anzi.
P.S. Gavin, bello mio... fatti curare quella sudorazione!
SETLIST:
- Machinehead
- All My Life
- The Chemicals Between Us
- The Sound of Winter
- Everything Zen
- Swallowed
- The Heart of the Matter
- Prizefighter
- Stand Up
- Greedy Fly
- Alien
- The Afterlife
- Little Things
ENCORE:
- Breathe (Pink Floyd cover)
- Come Together (The Beatles cover)
- Glycerine
- Comedown
giovedì 12 luglio 2012
AFTERHOURS - Villa Arconati Festival (MI), 30 Giugno 2012
"Lasciate che ve lo dica: siete il miglior pubblico milanese da anni a questa parte... e non lo dico tanto per dire. Grazie."
Esordisce così Manuel Agnelli, appena rientrato sul palco con i 'suoi' per il primo encore, e forse forse gli si può dar ragione. Io ho poca esperienza live con gli Afterhours, ho solo quattro loro concerti all'attivo, ma una cosa è certa: se - in generale - il pubblico della band milanese ha un difetto, è quello che ad ogni data - da sempre - ha confuso quello che a conti fatti è un concerto con il 'disco a richiesta', manco fossero presenti a una diretta radiofonica di uno qualsiasi dei network nazionali più importanti e gettonati del nostro paese. Ai più son ben note le storiche liti con le prime file, quando (soprattutto ai tempi del doppio disco Ballate per Piccole Iene/Ballads for Little Hyenas) le urla che intonavano insistenti ad ogni data "I-TA-LIA-NO! I-TA-LI-A-NO! I-TA-LI-A-NO!" mandavano su tutte le furie il front-man. Ancor più abituali e insistenti, invece, sono le richieste assillanti da parte degli spettatori di pezzi storici quali "Strategie" o "Dea" che, a lungo andare, diventavano frustranti e fuori luogo. A testimonianza di questo, ricordo l'ultimo loro concerto visto, risalente all’anno scorso, dove, sempre Agnelli, dal palco si rivolge a uno spettatore di questi e, stranamente molto più gentilmente e pazientemente del solito, dice "Cosa c'è? No. No, DEA non la facciamo stasera, vieni la prossima volta che te la facciamo." e poco meno di un'ora dopo si prende gioco dello stesso dicendo "Facciamo... adesso facciamo un pezzo... facciamo DEA. Non ci credi? Eh, fai bene a non crederci."
Tutto questo per dire cosa? Semplice. Questo pubblico è stato davvero uno dei migliori visti anche dal sottoscritto. La cosa che mi ha sorpreso di più è che la scaletta è stata per lo più composta da brani recenti, solo un pezzo da Germi e un paio da Non è Per Sempre e Hai Paura del Buio?, il resto attingeva da Quello Che Non C’è in poi, e il tutto con una reazione inaspettata da parte del parterre, il quale ha reagito straordinariamente, cantando persino pezzi tratti dal loro ultimo e ostico lavoro: Padania.
Il primo punto a favore del concerto è stato quello riguardo la location. Il Villa Arconti Festival a Bollate, infatti, offre allo spettatore parcheggio e, pur essendo ai margini nell’interland milanese, possibilità di sentire i gruppi a un volume decente in quanto il tutto è circondato da campi e desolazione. Persino gli stormi di zanzare hanno dato tregua agli spettatori. Mai viste tante e tutte assieme in una volta e, soprattutto, mai visto insetti più indifferenti e pacifici! Incredibile.
L’esibizione è stata maestosa, nonostante l’esclusione di vari pezzi ‘storici’. La band ha mantenuto un tiro e un coinvolgimento quasi senza pari. L’apporto di Xavier Iriondo, poi, è sempre più cruciale. Vale da solo - senza esagerare - il prezzo del biglietto. Un personaggio vero e un musicista che sfiora la perfezione robotica pur mantenendo una furia punk senza eguali, cosa sempre più rara nel nostro paese.
Sempre riguardo l’esibizione, ero molto curioso di sentire i pezzi nuovi dal vivo e, con sommo piacere, mi ritrovo sorpreso nel vedere e ascoltare come la band sia riuscita a mantenere la forza dei brani più ostici nonostante le aspettative. Pezzi come "Ci Sarà una Bella Luce" e "Costruire Per Distruggere" acquisiscono un valore aggiunto in chiave live, quasi toccando picchi che su disco si fa molta fatica ad assimilare.
Il gruppo è molto coeso e cavalca una scaletta ‘promozionale’ che, nonostante l’esclusione di alcune perle del loro repertorio, strizza comunque l’occhio agli anthem necessari e lo fa in maniera impeccabile. Il tour approdato all’Arena Civica al quale ho potuto assistere l’anno scorso, ha dato il là a una formazione che oggi, a conti fatti, è forse la migliore che abbia mai suonato a nome Afterhours dagli esordi ad oggi. Si sente, ma soprattutto si vede. Non ho mai visto la band dell’istrionico Manuel Agnelli più coinvolta e divertita di così su un palco, ne dal vivo ne nei video di repertorio. Nessuno di loro è riuscito a mantenere la propria posizione per tutto il concerto, cosa successa in passato. Vuoi per noia, vuoi per la frustrazione causata dal pubblico che vi ho descritto nelle prime righe di questo posto.
Durante l’esibizione picchi di emotività e furia rock’n’roll l’hanno fatta da padrone, al punto da regalare allo spettatore la sensazione d’aver assistito a una rinascita storica. L’umore, la sintonia e la voglia di suonare erano ad un livello tale che pareva di assistere all’esibizione di una band di esordienti. Nemmeno io, che li ascolto e li seguo da anni, riuscivo a credere ai miei occhi.
In sintesi: se capitano dalle vostre parti, non perdete l’occasione di andarli a sentire. Ne vale e ne varrà sempre la pena. Anche se non suoneranno mai a Sansiro.
Fidatevi.
SETLIST
- Metamorfosi
- Terra di Nessuno
- La Verità che Ricordavo
- Male di Miele
- Costruire Per Distruggere
- Spreca Una Vita
- Padania
- Ci Sarà una Bella Luce
- Ballata Per la Mia Piccola Iena
- È Solo Febbre
- Bungee Jumping
- Il Paese è Reale
- Sulle Labbra
- Nostro Anche Se Ci Fa Male
- Io So Chi Sono
- La Terra Promessa Si Scioglie di Colpo
ENCORE
- Tutto Fa un Po' Male
- La Vedova Bianca
- Improvvisazione (Jam Session)
- Bye Bye Bombay
ENCORE, 2
- Pelle
- Quello Che Non C'è
- Posso Avere il Tuo Deserto?
ENCORE, 3
- Voglio la Pelle Splendida
lunedì 11 giugno 2012
SOUNDGARDEN - Arena Concerti Fiera di RHO (MI), 4 Giugno 2012
Capire come chiamare questo evento è dura. Sulla carta c'è scritto SOUNDGARDEN, ma potevano tranquillamente chiamarlo "Reunion Festival" o "Never Say Never", visto e considerato il cast che andava a comporre il resto del cartellone dell'evento tenutosi il 4 Giugno scorso all'Arena Concerti Fiera di Rho. I presenti, infatti, hanno assistito alle esibizioni di almeno tre band riunitesi dopo più di una decade di inattività e che in pochi, pochissimi si sarebbero anche solo potuti immaginare di riuscire a rivedere dal vivo tanto facilmente. Figuriamoci la stessa sera sullo stesso palco! Fatta eccezione per i Triggerfinger, che essendo arrivato tardi non sono riuscito a sentire, e gli - a parer mio - inutilissimi Gaslight Anthem, gli spettatori son stati testimoni di un lungo e intensissimo amarcord anni '90, una full immersion in ricordi ed emozioni seppellite per anni. Ad assistere all'esibizione di Afghan Whigs, Refused e Soundgarden c'è un pubblico misto, ma la vecchia guardia è quasi tutta lì e si fa fatica a non distinguerla dal resto degli spettatori. Magliette scolorite dal tempo, teste bianche e signorotti di quarant'anni felici come infanti ed esaltati fin dal primo pezzo della band di Cornell& co. Ad un primo impatto, quello che colpisce lo spettatore medio (me su tutti), è che pare quasi che le band di cui sopra non abbiano mai smesso di suonare assieme in tutti questi anni ed è difficile credere che non sia così perché le tre esibizioni lasciano tutto, fuorché l'amaro in bocca. La band di Greg Dulli, in gran rispolvero, propone classici da pelle d'oca, una vera e propria scaletta da greatest hits; gli svedesi capitanati da Dennis Lyxzén, invece, fanno perdere definitivamente le articolazioni alle prime file con un set così devastante da mandare al tappeto un qualsiasi frequentatore abitudinario della scena hardcore odierna. Ottimi presupposti e un ottimo antipasto per quella che poi sarebbe stata la grande abbuffata finale.
Alle nove e mezza quasi spaccate le luci finalmente si spengono e quello che si sente in sottofondo è l'intro del primo pezzo in scaletta. "Searching with My Good Eye Closed" apre le danze a quella che sarà una scaletta praticamente perfetta. Ci siamo, l'attesa è durata fin troppo... salgono sul palco i Soundgarden! L'emozione è tanta, le aspettative purtroppo no. Visti i trascorsi concertistici recenti del cantante, la paura è quella di assistere al concerto di quattro talentuosissimi musicisti pronti ad accompagnare (anche se, parlando nello specifico di questa band, il verbo "accompagnare" è una bestemmia) una voce non più all'altezza dei tempi che furono. Certi pezzi proposti erano gatte da pelare anche per il Cornell che le ha incise negli anni '90, però l'uomo dagli occhi di ghiaccio riesce a sorprendere tutti e, grazie anche a qualche aiutino tecnologico che comunque non gli fa perdere la dignità, riesce a regalare un'esibizione coi fiocchi per quasi tutta la durata dell'esibizione. Ho visto gente piangere fin dal secondo pezzo in scaletta, "Spoonman", e gli stessi non disdegnare l'insipida "Live to Rise", ultima fatica incisa per la colonna sonora del film The Avenger e che presto, a detta del cantante, farà da apripista a un nuovo lavoro in studio del quartetto di Seattle.
Come già detto, la scaletta (che troverete alla fine della recensione) regalerà non poche soddisfazioni a chi è riuscito ad accaparrarsi il costoso biglietto. Fatta infatti eccezione per il primo disco, inspiegabilmente lasciato in disparte, la band estrapolerà pezzi da tutta la discografia, emozionando e, nonostante le aspettative fossero bassissime, soddisfacendo tutti fino al midollo con una gran prestazione, sia strumentale che vocale.
Io per primo, mai avrei creduto di poter assistere a un loro concerto senza lamentarmi di nulla, ma, a conti fatti, non c'era nulla di cui lamentarsi. Tralasciando il parere sulle prime due band esibitesi, la serata è stata impeccabile. Sia per quanto riguarda la musica proposta dalle band di supporto e gli headliner della serata, sia per quanto riguarda l'organizzazione dell'evento che, a differenza dell'anno scorso in occasione della prima edizione del Rock in Idro sempre a Rho, ha reso il tutto molto più vivibile regalando a chi era lì fin dal primo pomeriggio la possibilità di rifocillarsi all'ombra e di poter comunque ascoltare le esibizioni anche nel punto più remoto del pit perché, udite udite, è tornato il volume! Speriamo solo non sia un'eccezione dopo anni di quasi silenzio e speriamo che non sia l'ultima possibilità per poter assistere ad una serie di concerti così nel nostro bel Paese di... va be', ci siamo capiti.
SETLIST:
- Searching with My Good Eye Closed
- Spoonman
- Gun
- Hounted Down
- Live to Rise
- Loud Love
- Ugly Truth
- Fell on Black Days
- Blow Up the Outside World
- My Wave
- The Day I Tried to Live
- Outshined
- Rusty Cage
- Burden in my Hand
- Superunknown
- Black Hole Sun
- 4th of July
ENCORE:
- Jesus Christ Pose
- Slaves & Bulldozers
[Grazie mille a Elena per la gentile concessione della foto!]
giovedì 24 maggio 2012
MUDHONEY - Bloom di Mezzago (MB), 21 Maggio 2012
Tutto sarei arrivato a pensare, tranne che i Mudhoney fossero una di quelle band alimentate a gasolio, un "motore a diesel" associato al modo di fare di una personalità come quella di una band che calca i palchi di tutto il mondo da quasi trent'anni. Chi ne sa un po' di motori sa di che parlo, per gli altri invece: le vecchie macchine a gasolio necessitavano di più tempo per poter essere usate dopo la messa in moto, più delle allora più comuni e diffuse macchine a benzina.
Ripeto, mi risultava difficile crederlo lì in mezzo al pubblico, ma per una buona parte della serata il mio pensiero è stato "si, ok... ma adesso?"
L'esibizione al Bloom di Mezzago (MB) purtroppo non inizia benissimo, a partire dalla fortunatamente anonima band che apre le danze, un duo francese chitarra e voce dove la sessione ritmica è affidata ad una drum machine e a campionamenti vari ed osceni. Dico fortunatamente perché spenderei ogni minuto che mi resta da vivere per parlarne male. In molti si son chiesti cosa c'entrassero col quartetto di Seattle e in molti hanno lasciato il locale a fine serata senza avere ricevuto una risposta soddisfacente a questa loro domanda. Dopo quaranta minuti di supplizio e i vari ed eventuali "Vattene! Andatevene!", il pubblico ha inizato a urlare cose del tipo "Datti al porno che almeno puoi urlare per un cazzo!" che è tutto dire.
Dopo quaranta lunghissimi minuti di supplizio, appunto, tra moine, miagolii disgustosi, versi dissonanti e urletti francesi, ecco che alle undici meno dieci salgono sul palco Mark Arm, Steve Turner and co. ad aprire le danze con una poco incisiva Poisoned Water Poisons the Mind. Nonostante questa premessa, la calca si fa importante e la temperatura sale. La prima impressione è quella che la band sia scazzata... sarà che forse si son messi ad ascoltare il duo che li ha preceduti?! Bah! Fatto sta che con il secondo pezzo, un classicone imponente come Into the Drink, il pit prende vita e la calca diventa infernale. Inizio a intravedere le persone mentre saltano di gioia e con mia somma ed estrema sorpresa scorgo con non poco piacere delle figure ambigue che mi lasciano di stucco. Signorotti sulla cinquantina con capelli bianchi ed occhiali che potrebbero tranquillamente esser genitori di ragazzi della mia età che, felici e contenti, saltano e si dimenano frenetici e contentissimi in mezzo al pogo. Uno spettacolo quasi mai visto dal sottoscritto che mi lascia una bella sensazione addosso.
Pezzo dopo pezzo, si capisce che la serata sarà un grandioso revival di pezzi che hanno fatto la storia passata e presente del quartetto, setlist che di sicuro si lascerà ricordare con piacere dal pubblico pagante. L'impressione però, nella prima mezz'ora, è che la band si stia annoiando davvero e che non era solo un'impressione. Pur avendo davanti un pubblico che sta reagendo più che bene ai pezzi proposti fino a quel momento, soprattutto - ovviamente - ai classici, i ragazzi sul palco quasi sbadigliano fra una canzone e l'altra e gli unici sorrisi fatti sono quelli scambiati fra di loro tra la fine di un pezzo e l'inizio di un altro. Andando avanti si capirà il perché. A partire dai problemi col basso fin dal primo pezzo, arrivando all'equalizzazione degli strumenti e della voce nel loro insieme, il Bloom non è riuscito a dare buoni risultati. Fin dalle prime battute, infatti, dopo esser stato messo alla prova con il sound grezzo di una band che fa del proprio impatto sonoro la sua forza, il locale non riesce a soddisfare le aspettative ne di chi è lì a suonare e, per certi versi, nè di chi è lì ad ascoltarli.
Nella seconda metà dell'esibizione le cose migliorano, infatti da In 'N' Out of Grace, nono pezzo in scaletta, la voce risulterà più nitida e potente e le chitarre verranno finalmente fuori allo scoperto regalando soddisfazioni sonore di rilevantissima importanza con quel che resta di una scaletta memorabile. Forse al mixer sono arrivati a una soluzione stabile, e - forse - per questo motivo la band, oserei dire miracolosamente, prenderà vita e inizierà a regalare grasse soddisfazioni anche a livello di interazione col pubblico. Arm pare resuscitato e Turner inizia a muoversi come un ossesso con la sua chitarra. Anche il pit sotto il palco inizia a diventa invivibile e la gente inizia magicamente a surfare su questo piccolla pozzanghera di mani.
Tales of Terror, un pezzo recente tratto dal loro ultimo disco in studio del 2008, va a chiudere la prima parte dell'esibizione, per poi riaprire le danze con l'encore quasi psichedelico di Mudride. La scaletta della serata va ad esaurisri con due cover che ormai sono pezzi portanti nelle loro esibizioni, quali la potentissima Hate the Police dei Dicks e la sempreverde Fix Me dei Black Flag.
Ripensandoci ora, il momento più esilarante della serata è legato alla cosa del surfare di cui vi parlavo qualche riga più in su, infatti mi sono accorto che le persone in estasi trasportate dalle mani di chi era sotto il palco, diventavano automaticamente un bersaglio da centrare a suon di sputi. Non so se il rito fosse comune e/o propiziatorio, ma so che si è ripetuto più volte.
Tornando in fine all'operato dei quattro ragazzotti/padri del Seattle Sound, fatta eccezione di un pezzo storico come Suck You Dry, che è stato misteriosamente escluso dalla setlist, la band riesce a regalare un'esibizione strabordante di ricordi, e quasi tutti i più vecchi e famosi anthem della loro storia, ad un pubblico che potrà sicuramente tornare a casa più che soddisfatto e contento.
Poche band 'coetanee' dei Mudhoney riuscirebbero a fare lo stesso.
SETLIST:
- Poisoned Water Poisons the Mind
- Into The Drink
- You Got It
- Inside Job
- This Gift
- Fearless Doctor Killers
- Hard-On for War
- When Tomorrow Hits
- In 'N' Out of Grace
- Judgement, Rage, Retribution and Thyme
- Sweet Young Thing (Ain't Sweet No More)
- Let It Slide
- Good Enough
- Touch Me I'm Sick
- I'm Now
- The Lucky Ones
- Chardonnay
- The Open Mind
- Widow of Nain
20. Tales of Terror
ENCORE:
- Mudride
- Here Comes Sickness
- Hate the Police (Dicks cover)
- Fix Me (Black Flag cover)
[Grazie mille all'impavida Elena Di Vincenzo per la foto concessa.]
domenica 1 aprile 2012
Il Teatro degli Orrori - Alcatraz, 29 Marzo 2012
Torna furente Il Teatro degli Orrori e lo fa con un concept album di tutto rispetto e con un tour che li vedrà suonare più o meno in ogni zona d'Italia per tutta la primavera. Torna Il Teatro degli Orrori e mi nasce spontanea una domanda: chissà come si sente l'estroso ed eclettico Pierpaolo Capovilla, navigato musicista e cantante militante nei One Dimensional Man ormai da sedici anni, quando col semplice 'cambiare la lingua con cui si cantan le canzoni' è riuscito a riscuotere così tanta attenzione e riscontro di pubblico e fan, quando con la sua precedente band riscuoteva forse un quarto dell'audience dell'attuale. Lui, che di esperienza e maturità ne ha a palate, si sentirà semplicemente grato. Io, che invece sono un materialista, spocchioso e orgolioso, mi sentirei un idiota."Perché non ci ho pensato prima?"
Insomma, è forse grazie a gruppi come questo che non mi riesce più di giustificare o approvare gli italiani che cercano di sfondare con una band studiata a tavolino che fa della sua unica forza il cantare in inglese. Sei in Italia, paese che ahimè ha lasciato al potere un vecchio viscido e la sua banda di balordi per quindici anni! Se per fargli arrivare 'il messaggio' gli urli addosso cose in inglese, stai sicuro che NON TI CAPIRA'! Capovilla & co. questa cosa l'han capita e, dal 2005, loro i dubbi, la rabbia, le loro considerazioni sull'odierno e le cose che non vanno nel nostro paese le urlano in una maniera che più comprensibile di così si muore. E devo dire che la cosa gli riesce bene.
Tutto questo per parlarvi del mio arrivo all'Alcatraz la sera del mio debutto nel pit della band veneta.
Sono più o meno le nove e sul palco c'è già il gruppo di supporto. Due pezzi e già capisco che non mi piacciono. Sembra di sentire la coverband dei Kings of Leon con una cantante che scimmiotta in maniera pessima PJ Harvey. Impersonali, banali e nemmeno un pezzo che rimane in testa se non per l'imbarazzo provato nell'ascoltarli per quella mezz'ora. Non dirò il loro nome. Perché? Perché no.
Il parterre è pieno solo in transenna, mi guardo in giro e, scettico, mi chiedo se è tutto qui quello che possono dare i milanesi a questa band che è famosa per le sue esibizioni al fulmicotone. L'orologio arriva a segnare le dieci meno dieci e finalmente le luci si spengono. Nessuna entrata 'epica', nessun ingresso da 'star', nessuna 'gerarchia'. Tutti sul palco. Subito. Già li amo.
L'esibizione parte con la opening track dell'ultimo disco, "Rivendico", e il pit si riempie di colpo fino all'orlo. Ci siamo. Si susseguono in un crescendo di decibel altri tre pezzi presi qua e là nella discografia e su "Skopje" fa il suo primo ingresso (ne seguiranno degli altri) Rodrigo D'Erasmo degli Afterhours al violino. Il quinto pezzo in ordine di esecuzione, "È Colpa Mia", forse una delle mie canzoni preferite nel loro repertorio, è uno dei punti più alti di un'esibizione che a livello esecutivo sfiora la perfezione, al punto che mi vien da pensare che "dopo questa me ne posso tranquillamente andare a casa contento". La risposta del pubblico è ottima, anche per i pezzi nuovi che, dopo quest'ultima canzone, si susseguono fino a "Ion", dove per la prima volta Capovilla dice qualcosa di diverso da "Grazie!" e lo fa iniziando a parlare dell'operaio romeno a cui è dedicato il pezzo, tristemente ricordato per la vicenda successa nel 2000 a Varese quando, dopo una lite, è stato cosparso di benzina e bruciato vivo solo per aver chiesto che venissero rispettati i suoi diritti di onesto lavoratore. Molto commovente il prologo del cantante a questo pezzo, che altro non fa che raccontare una triste storia simile ad altre mille storie scritte e successe in un paese come questo che, mai come nell'ultimo ventennio, riesce a contraddistinguersi per i suoi picchi di xenofobia e denigrazione del diverso in genere.
Il concerto prosegue e mi accorgo di una cosa sconcertante. Il pubblico è molto attivo e partecipe, canta praticamente ogni ritornello e lo fa a squarciagola. Eppure è quasi impercettibile. Il muro sonoro di questa band mi rende partecipe di una cosa che in nessun concerto visto fino ad ora mi è mai accaduta: il livello di decibel è così alto da riuscire a coprire le voci di centinaia di persone che cantano all'unisolo a squarciagola. Incredibile!
A questo punto la scaletta arriva fino al duo "E Lei Venne!" e "Compagna Teresa" dove il pit si fa violento e la terra inizia a tremare. Due anthems, due veri manifesti del Teatro degli Orrori, forse i due pezzi preferiti da chi li segue dagli esordi. E si sente. Si sente in tutti i sensi!
Chiude la prima parte del concerto, quella prima degli encores, la lenta e tagliente "Adrian", il pezzo più scuro presente nel disco nuovo.
La band si allontana dal palco. Il tempo di un paio di fischi e la consueta capatina al cesso e rientrano per un trittico di tutto rispetto: "Dimmi Addio", l'ultimo singolo "Io Cerco Te" e la sempre commovente "La Canzone di Tom".
Presentazioni, saluti, ringraziamenti e via... tutti giù dal palco. La gente defluisce fuori dall’Alcatraz soddisfatta e sudata, gli epilettici si alzano da terra dopo le due ore di flash molesti provenienti dall’illuminazione scenografica del palco e io me ne torno a casa sazio di musica e coi miei bei due vinili nuovi di zecca, felice e contento.
SETLIST:
- Rivendico
- Non Vedo l'Ora- Per Nessuno
- Skopje
- È Colpa Mia
- Pablo
- Martino
- Doris
- Monica
- Ion
- Direzioni Diverse
- Il Terzo Mondo
- E Lei Venne!
- Compagna Teresa
- Cleveland/Baghdad
- Adrian
ENCORE:
- Dimmi Addio
- Io Cerco Te
- La Canzone di Tom
Piccola curiosità: ero un po' lontano, quindi non so ho visto bene, ma il bassista della band, prima di andarsene, ha lasciato il basso a uno del pubblico in transenna che non ha perso tempo e si è messo a far casino come si deve. Non si vede tutti i giorni, per Dio. Voi l'avete mai vista una cosa del genere? Io no.
Tirando le somme posso tranquillamente dire che l'esperienza Teatro degli Orrori lascia il segno e quel briciolo di speranza utile a farti sopravvivere come ascoltatore, lo stesso ascoltatore che augura a se stesso che nel suo paese, ormai anestetizzato da comparsate e poser che si atteggiano a musicisti, inizino a sbucare più gruppi come questo, che sul palco riescano a dare tutto, perfino l'inimmaginabile.
Se passano vicino casa vostra, non lasciatevi sfuggire l'occasione di andare a vederli!
giovedì 17 novembre 2011
Tutt'altro che un INCUBO - Datch Forum, 15 Novembre 2011
Son passati dodici anni dalla prima volta in cui mi sono imbattuto negli Incubus, era più o meno il 1999 e in radio e in TV impazzava Drive, singolo estratto da Make Yourself, album uscito in quello stesso anno. Per fortuna (loro) o purtroppo il pezzo venne passato così tanto da farmelo venire a noia, infatti l'amore, la fantomatica scintilla scoccò solo due anni dopo, nell'ottobre del 2001, quando la band diede alle stampe uno dei miei dischi preferiti dello scorso decennio, il loro quarto lavoro in studio (divertente leggere allora sul defunto TUTTO MUSICA il paragone con Led Zeppelin IV), Morning View. Fu amore al primo ascolto. Due anni più tardi, nel 2004, pubblicarono un altro album capolavoro, l'ambizioso A Crow Left of the Murder. Ambizioso per un semplice motivo: è stato registrato in nella sua interezza in presa diretta, cosa che, badando all'ottima fattura del materiale in questione, fa capire di che pasta è fatta la band capitanata dal (permettetemelo) bellissimo e talentuoso Brandon Boyd. Sfortuna vuole che in quello stesso anno mi trovai a passare il peggior momento della mia vita. Mi diagnosticarono una malattia abbastanza grave, che mi costrinse a sottopormi a dei trattamenti di chemio e radioterapia. La mia sfortuna ulteriore è che, durante un ciclo di terapia, mi portai un loro disco. Credetemi, da quel momento in poi, fino a pochi mesi fa, non sono più riuscito ad ascoltare un loro album per intero senza avere fortissimi conati di vomito. E tutto non perché cambiai opinione su di loro o iniziarono a farmi schifo, ma piuttosto penso fosse un collegamento inconscio con quel momento, che voi immagino sappiate (spero SOLO per sentito dire) cosa comporta.
Comunque, tornando alla band, nel frattempo uscì un solo disco nel 2006, Light Grenades, al quale non badai per i suddetti motivi. Subito dopo un doveroso tour promozionale, la band si prese quello che forse è ad oggi il loro più lngo periodo di pausa, infatti passano cinque anni prima che i cinque californiani si ripresentino sulla scena con altro materiale inedito. È appunto di quest'anno il loro If Not Now, When? che fin dal primo ascolto risulta essere un disco molto diverso dal precedente, ma anche dal resto del loro repertorio, e grazie al quale - miracolosamente - dopo sei anni, sono riuscito a ricucire un legame in maniera serena con una delle mie band preferite.
Quando ho saputo dell'ufficializzazione della loro unica data italiana per quest'anno, mi son fiondato a comprare i biglietti e martedì scorso son riuscito finalmente a vederli dal vivo dopo essere riuscito a perdermeli per anni. Un'ora e mezza di concerto. Un po' poco per la caratura e le capacità di questa band, ma, come si dice in questi casi, è stato breve ma intenso. C'è però una cosa che mi ha fatto pensare: pezzo dopo pezzo, ascoltando molto attentamente l'esibizione e prendendo nota della scaletta, mi son reso conto che il loro concerto era quasi totalmente incentrato sul disco appema uscito. Con una ricerca semplicissima in rete (un fan lo fa) si trova la scaletta del tour europeo (non son tutti come i Pearl Jam che cambiano scaletta ad ogni concerto, ahimé) che come al solito viene data alle principali testate specializzate. Quello che mi è balzato all'occhio è che la suddeta scaletta trovata on line è tutt'altro che una mera operazione commerciale, come invece spesso accade per altre band, bensì un vero e proprio collage della loro vent'ennale carriera. Sulla carta l'esibizione prevedeva che non avrebbero trascurato nessuno dei loro album, dando spazio a tutti i loro lavori in maniera pressappoco ecua, cosa che in pochi fanno. Per intenderci, molti artisti, quando esce un disco nuovo e devono promuoverlo, dedicano larghissimo spazio ai brani freschi di stampa, spesso trascurando i vecchi successi, cosa che in realtà mi sono accorto che gli Incubus hanno fatto SOLO nel nostro paese, a dispetto di quello che avevo letto spulciando in rete. La cosa mi ha lasciato un po' così, non dico deluso perché il loro ultimo disco mi piace e non poco, ma piuttosto mi è sembrato un tentativo estremo per farsi della pubblicità, per essere considerati in un paese dove del loro ultimo lavoro non ne ha parlato nessuno, ne TV ne emittenti radiofoniche.
Detto questo, posso ritenermi soddisfatto. Mi sarebbe piaciuto ci fosse qualche pezzo in più in programma, ma non mi sento di criticare le loro scelte perché, sul serio, hanno fatto un lavoro magistrale. Una band compatta, precisa e ben oleata negli ingranaggi, con un vocalist che si può definire tale: mai una stecca, mai un errore. Impeccabili. C'è chi li rimprovera di esser stati freddi... a me non è sembrato. Si tratta semplicemente di 'carattere'. Sono semplicemente fatti così. Si sapeva, non è una novità. Chi nasce tondo, non muore quadrato. È la loro natura di perfezionisti del suono. Boyd non è stato fermo un attimo per esempio, ma la gente ha avuto da lamentarsi perché non ha parlato col pubblico e le volte che lo ha fatto è stato solo per dire grazie. Ma cosa vi aspettatavate, che vi offrisse un pass per il backstage? Un numero di telefono? Una barzelletta? Son lì per suonare, non per fare public relations! È il loro ruolo, sta a loro il diritto di stravolgerlo e se a loro va di suonare e basta, lasciateli suonare e basta! Son lì per questo e speriamo lo rifacciano al più presto da queste parti.
SETLIST:
- Megalomaniac
- Pardon Me
- Adolescents
- Promises, Promises
- If Not Now, When?
- A Crow Left of the Murder
- Anna Molly
- Have You Ever
- In the Company of Wolves
- Defiance (Chitarra e Voce)
- Love Hurst (Chitarra e Voce)
- Talk Show on Mute
- A Kiss to Send Us Off
- Dig (Riarrangiata)
- Switchblade
- (Strumentale)
- Nice to Know You
- Drive
- Wish you Were Here
ENCORE:
- A Certain Shade of Green
- Tomorrow's Food
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Concerti
lunedì 11 luglio 2011
AFTERHOURS - Arena Civica/MJF, 09 Luglio 2011
"Cosa c'è? No. No, DEA non la facciamo stasera, vieni la prossima volta che te la facciamo."
"Facciamo... adesso facciamo un pezzo... facciamo DEA. Non ci credi? Eh, fai bene a non crederci."
SETLIST:
La Verità Che Ricordavo
L’Estate
Germi
La Vedova Bianca
La Sottile Linea Bianca
È Solo Febbre
Ballata Per la Mia Piccola IenaBungee Jumping
Milano Circonvallazione Esterna
Pochi Istanti nella Lavatrice
Siete Proprio dei Pulcini
Il Sangue di Giuda
Pelle
Bye Bye BombayCarne Fresca
Pop (Una Canzone Pop)
Ci Sono Molti Modi
Quello Che Non C'è
Non Si Esce Vivi dagli Anni '80
Male di Miele
Voglio Una Pelle Splendida
Bianca (ACUSTICA: Voce, chitarra e violino)
Il Paese è Reale
venerdì 17 giugno 2011
domenica 1 maggio 2011
Le cose più belle sono quelle che durano poco, pt.2
"La cosa più bella, quella che ci fa star bene e ci rende orgogliosi è sentire che cantate con noi anche i pezzi nuovi. Grazie."
- Giovanni Gulino
Legnano, 29.04.2011
Venerdì sera son stato ad un concerto dei Marta Sui Tubi, una delle band più interessanti dell'underground italiano. Una realtà che mette la pelle d'oca, una live-act band come poche. Cinque elementi validissimi e con un impatto sonoro sempre più sorprendente e devastante. Martellanti, ironici, malinconici, cinici, logorroici, melodici e poetici. Un'ora e mezza intensissima caratterizzata da una scaletta eterogenea per uno di quei gruppi che ancora oggi, a otto anni dal loro esordio discografico, ti chiedi perché non riescano a sfondare e a riempire posti e piazze più grandi.
Per molti parrà una cosa di poco conto, per altri meno, ma sta di fatto che il mercato del disco è avvilente. Il motivo è semplice: non riuscire a reperire l'ultimo lavoro in studio di uno dei propri gruppi italiani preferiti in un negozio di dischi, ma riuscirci solo ad un loro concerto, la dice lunga sul panorama musicale odierno e sul suo mercato. Se non sei il Vasco Rossi di turno o uno dei tanti automi che producono merda da decenni e che la vendono manco fosse un genere alimentare, in Italia non vieni considerato. Non conti un cazzo. È frustrante doversi confrontare con una realtà da stadio, dove il talento è dettato dai numeri e non dalla qualità effettiva di quello che si va ad ascoltare. Ancor più triste vedere che gli addetti ai lavori se ne fregano e lasciano che un'uscita discografica passi inosservata, privando così del diritto di farsi conoscere a band che meriterebbero più di molte altre pseudo realtà usa e getta.
Tornando un attimo a parlare del concerto, poco più di un'ora e mezza per una scaletta dedicata per lo più al nuovo disco, ma che comunque lascia spazio a pezzi che hanno fatto la storia della band siculo-milanese. Rabbia, sconforto e ironia. Ascoltare oggi una band come i Marta sui Tubi è come lo sfogliare un giornale... ed accorgerti che lo stai facendo con le lacrime agli occhi.
Per chi non li avesse ancora visti suonare dal vivo nemmeno una volta, per chi li ha snobbati fino ad adesso... vi avverto: perdersi una loro esibizione è un grosso torto che state facendo a voi stessi. Lasciate perdere per un giorno almeno la classifica e date una possibilità al vostro intelletto.
Provare per credere. Non ve ne pentirete, promesso.
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Concerti
domenica 24 aprile 2011
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