Come molti in questi giorni, inizio e finisco col tirare le somme dell'anno musicale che si accinge a terminare lento e inesorabile. Eh, non ho capito... lo fanno tutti, perché non posso farlo anch'io?
TOP 5: CANZONI ITALIANE
- Fuoco! (Appino, "Il Testamento")
"Tutto questo amore io non l’ho mai vissuto, tutto questo amore non l’ho mai voluto. A tutto questo amore io non ho mai creduto, il ricatto dell’affetto che ho sempre temuto, il giudizio della gente, la cieca ammirazione. Le grandi aspettative senza una ragione. Non sei fatto per lottare, non sei nato per lottare."
- Una Palude (Ministri, "Per un Passato Migliore")
"Questo è lo spazio che ci hanno concesso, ti giri e mi dici che a te può bastare se è grande abbastanza per potersi sdraiare. Io non ci riesco, ma ti seguirò lo stesso. Ho mille modi per dire rischiamo, ma quando è il momento smetto di parlare."
- Difetto (Gazebo Penguins, "Raudo")
"Se mi passi il termine, siamo delle generazioni con del tempo da perdere e zero soldi da spendere. Se mi passi il gioco di parole, il tempo e i ricordi si perdono una volta sola. Questo è l’unico tuo difetto: che non ci sei più. Sono l’unico tuo difetto."
- En e Xanax (Samuele Bersani, "Nuvola Numero Nove")
"Se non ti spaventerai con le mie paure, un giorno che mi dirai le tue troveremo il modo di rimuoverle. In due si può lottare come dei giganti contro ogni dolore e su di me puoi contare per una rivoluzione. Tu hai l'anima che io vorrei avere."
- Il Primo Volo (Marta Sui Tubi, "Cinque, La Luna e le Stelle")
"Ho abbandonato già nomi, spazi, specchi, scuse, insulti e adesso non è più colpa mia. Se ti accarezzo voli via, se mi allontano torni qui. Sto bene come sto, non devi preoccuparti. Affiderò il destino a chi per primo abbasserà lo sguardo e son sicuro non sarò io. Se mi avvicino voli via, se mi allontano torni qui. Satelliti e pianeti che si sfiorano sfuggendosi."
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TOP 5: CANZONI STRANIERE
- Indie Cindy (Pixies, "EP1")
"Indie Cindy be in love with me... I beg for you to carry me."
- Infallible (Pearl Jam, "Lighting Bolt")
"Of everything that's possible in the hearts and minds of men. Somehow it is the biggest things that keep on slipping right through our hands. By thinking we're infallible we are tempting fate instead..."
- Dharma and the Bomb (Bad Religion, "True North")
"Wasted days and cigarettes. Cracked cement and palms. Bodhidharma has gone fission with your vedic mom. The Sergeant Major is dreaming of genie and she's armed with a borrowed polka-dot bikini. Tomorrow's coming down like Dharma and the bomb."
- The Vampyre of Time and Memory (Queens of the Stone Age, "...Like Clockwork")
"I want to God to come and take me home, 'cause I'm all alone in this crowd. Who are you to me? Who am I supposed to be? Not exactly sure anymore. Where's this going to? Can I follow through? Or just follow you for a while?"
- Too Many Friends (Placebo, "Loud Like Love")
"Fuck, give it all away, would it come back to me someday? Like a needle in the hay or an expansive stone, but I’ve got a reason to declaim. Applications are to blame for all my sorrow, my pain. Feeling so alone."
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TOP 5: ALBUMS
- Il Testamento, Appino
- ...Like Clockwork, Queens of the Stone Age
- Lightning Bolt, Pearl Jam
- Per un Passato Migliore, Ministri
- True North, Bad Religion
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TOP 5: CONCERTI
- Pixies: 04.11.2013, Alcatraz (MI)
- Bad Religion: 18.06.2013, Alcatraz (MI)
- Ministri: 21.03.2013, Alcatraz (MI)
- Appino: 08.11.2013, Arci Bellezza (MI)
- Paolo Benvegnù: 13.06.2013, Carroponte (MI)
"He's in love with rock'n'roll, he's in love with gettin' stoned, he's in love with Janie Jones"
mercoledì 4 dicembre 2013
venerdì 28 giugno 2013
venerdì 3 maggio 2013
"E allora lasciami andare, la scelgo io la prigione"
Personalmente ho atteso con non poca impazienza il ritorno di questa band e, oserei dire finalmente, l'attesa è stata ripagata. Lo scorso 12 Marzo infatti, a distanza di tre anni dal precedente lavoro in studio, i Ministri hanno dato alle stampe Per Un Passato Migliore, loro quarto capitolo (e mezzo) discografico.
Ho conosciuto la band quando ormai era sulla bocca di tutti, con già due dischi all'attivo e una credibilità live invidiabile, nell'estate 2009 e da allora posso dirmi loro grande fan ed estimatore.
Ricordo come se fosse ieri l'attesa per quello che fu il successore di Tempi Bui, disco di maggior successo del trio(+uno), e cioè Fuori. Altrettanto bene ricordo il primo ascolto di quel disco e, vi assicuro, risultò a dir poco deludente. Nonostante il brano apripista, "Il Sole (È Importante Che Non Ci Sia)", sia ad oggi uno dei più bei pezzi proposti fino ad oggi dalla band, se non dalla scena indie-rock tutta, il disco fu una mezza delusione. Molto più patinato e prodotto dei primi due, dava l'impressione di non avere granché da dire a livello musicale. Poco alla volta però, anche grazie ai bellissimi testi di Dragona, chitarrista e compositore principale del nucleo, c'è da dire che il disco, nonostante le prime impressioni crebbe e, sulla lunga distanza, il materiale prese la forma che gli spettava e ad oggi posso dire che non era poi tutto da buttare, fermo restando che stiamo parlado comunque del loro capitolo peggiore.
C'è da dire che per i fan della prima ora, anche Tempi Bui fu una mezza delusione dopo I Soldi Sono Finiti, forse uno dei migliori esordi discografici del nostro paese. Passare da una etichetta discografica indipendente a una major come la Universal può aver compromesso l'integrità sonora della band. Spesso infatti, sotto contratti sostanziosi, il lavoro che si può fare sul proprio materiale è dettato dalle leggi di un mercato discografico come quello italiano, indirizzato solo sul profitto immediato che va a nuocere la personalità dell'artista. La band infatti ad oggi vende bene 'dal vivo' essendo, a conti fatti, una delle realtà live di maggior impatto nel nostro paese, al pari di veterani come Afterhours o di mostri sacri come Il Teatro degli Orrori.
Con questo Per Un Passato Migliore, invece, pare che la band sia tornata ad avere la forza, l'ispirazione e l'entusiasmo degli inizi. Infatti, fin subito dopo l'ascolto in anteprima dell'ormai anthem "Comunque", iniziò a comparire all'orizzonte il bagliore di quello che aveva tutte le carte in regola per essere un disco con i contro-attributi. Che sia il ritorno ad una realtà indipendente ad aver dato loro nuova vita? Chissà.
Che dire comunque? Attesa ripagata! Fin dall'introduttiva e granitica "Mammut", ci si tuffa a pie' pari nell'ascolto di un disco che difficilmente riuscirete a levare dall'autoradio o dallo stereo di casa. Il primo ascolto fa pensare ad un vero e proprio ritorno alle origini, senza campionamenti o sintetizzatori. Solo chitarra, voce, basso e batteria.
Oltre alla già citata "Comunque", di pezzi forti in questo disco non ne mancano. Difficile non trovarsi a saltare per la stanza o a prendere a spallate amici ed armadi con pezzi quali "Le Nostre Condizioni", "Spingere" o "Mille Settimane". Impossibile non condividere i pensieri espressi o lasciarsi coinvolgere emotivamente da pezzi come "Stare Dove Sono", "La Pista Anarchica", "I Tuoi Weekend Mi Distruggono" o la conclusiva "Una Palude".
Il buon mix di ritmo, ruvidezza, velocità e melodia fanno sì che le linee spazio temporali vadano a farsi benedire e la sensazione è quella di ascoltare finalmente il secondo vero e degno successore del primo disco dei Ministri.
Quindi, bando alle ciance... andate a comprarlo! Questo disco oltre ad essere una bomba, costa anche pochissimo.
Non avete più scuse.
Seguite la pista anarchica!
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They like it, they like it scream!
Quando un ascoltatore medio di punk rock ha bisogno di rassicurazioni e conferme, a parer mio, dovrebbe andare a bussare la porta dei Mudhoney.
Questa è forse la band più coerente che mi sia mai capitato di ascoltare in tutta la mia vita. Pare non siano passati quasi venticinque anni dal loro primo disco e, al contrario di quello che un ascoltatore medio può pensare, pur facendo la stessa musica da quasi tre decenni, non c'è un solo capitolo nella loro discografia che definireste banale o puro esercizio di stile.
La conferma, in questo caso, arriva con le dieci potentissime e ruffianamente scanzonate tracce che vanno a comporre Vanishing Point, nona fatica in studio dei veterani di Seattle.
Anticipato ai più dal divertentissimo e coinvolgente singolo "I Like it Small", questo lavoro è composto da dieci tracce decisamente eterogenee ma al tempo stesso compatte e potenti, dove la band affronta il punk e l'hardcore con la stessa disivoltura con cui immerge le proprie chitarre in sonorità a sfondo psichedelico, a volte quasi desertico.
Per gli amanti del genere, ma non solo.
Disco da ascoltare e riascoltare finché vi reggono le ginocchia.
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Call It Fate, Call It 80's
Se con il precedente Angles del 2011 pagano pegno a Phrases For the Young, lavoro solista del loro leader, Julian Casablancas, con questo Comedown Machine fanno dichiarazione di intenti immergendo in quelle sonorità entrambe le mani fino ai gomiti.
Lasciando da parte i suoni ruvidi e asciutti degli esordi e dando spazio a sintetizzatori e sonorità che fanno tirar su le maniche e crescere le spalline sotto le giacche, questa ultima fatica dei newyorkesi The Strokes si discosta dalle tinte anni '70 riprese a due mani nei primi 2000 e, più di dieci anni dopo, coerentemente e al passo coi (loro) tempi, ci si ritrova ad ascoltarli in una veste decisamente anni '80 che probabilmente sarà difficile da far digerire ai fan della prima ora.
Anche qui, tutto da buttare? No, assolutamente no. Il lavoro checché se ne dica è valido, anche se purtroppo si nota un calo di ispirazione nella stesura dei pezzi che vanno a comporre un disco da una parte originale, dall'altra monotono e che alla lunga può annoiare.
Peccato.
Aspettiamo di vederli dal vivo per poter giudicare meglio.
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Drinking is better.
Cosa si cela dietro il nome Atoms For Peace?
Non sono pochi quelli curiosi di sentire nella stessa band due talenti tanto grandi e al contempo tanto diversi come Thom Yorke, leader dei Radiohead, e Flea, talentuosissimo e folle bassista dei Red Hot Chili Peppers.
Il risultato? A partire dalla copertina, un proseguimento naturale di The Eraser, primo disco solista del talentuoso musicista di Oxfordershire datato 2006.
A nulla o quasi è servito l'apporto del californiano al basso, tanto che non si notano particolari differenze tra i recenti lavori in studio con i Radiohead e questo Amok.
Disco brutto? No, niente affatto, ma sinceramente le aspettative eran grandi, anche perché stiamo parlando di un supergruppo che oltre ad avere uno dei cantanti e compositori di maggior spessore al mondo, ha alla base ritmica un vero talento che in questo lavoro ahimè ha un ruolo marginale e snaturato.
Ascoltandolo certo non butterete via il vostro tempo, ma il consiglio che vi do è quello di non aspettatevi niente di tanto diverso dal solito buon disco 'elettronico' firmato Thom Yorke.
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lunedì 11 marzo 2013
Mille i modi in cui sorridi, ma poi non ridi mai
In Italia, se vuoi provare a vivere con la tua musica, non puoi permetterti il lusso di essere presuntuoso. Lo capirono a tempo debito band del calibro di Afterhours e Marlene Kuntz, che di certo non hanno bisogno di presentazioni, allora perché biasimare i Marta Sui Tubi per la loro presenza a Sanremo?
Puoi essere indipendente, puro e casto discograficamente parlando... ma in questo paese l'indipendenza, la purezza e la castità purtroppo non ti regalano il pane.
Seguo la band siculo-bolognese, attiva dal 2003, più o meno dal 2005/2006 e per i più non hanno certo bisogno di presentazioni. Dischi molto eterogenei, spontanei e quando si tratta di 'osare' musicalmente parlando, non esistono realtà al loro pari.Carmelo Pipitone è forse uno dei migliori chitarristi contemporanei che abbiano mai calcato i palchi italiani e Giovanni Gulino ha un'estensione e una padronanza delle corde vocali che persino Mina si fermerebbe ad applaudire ammirata. Iniziano come duo chitatta-voce, e disco dopo disco, oltre a altri mebri nel nucleo, riescono a inserire nella loro discografia piccole perle che vanno a delineare un CV di tutto rispetto, e tutto per dire che di certo non abbiamo a che fare con il gruppo 'esordiente' di cui hanno parlato per settimane certi giornali buoni solo per raccogliere gli escrementi degli animali domestici.
Premessa fatta, iniziere a parlare di questo Cinque, La Luna e Le Spine che, come il titolo lascia intendere, è la quinta fatica della band. Questo disco quasi a sorpresa riesce a distaccarsi dal loro modus operandi, che inaspettatamente lascia da parte il sound che da sempre la contraddistingue, cioè scarno e schizofrenico, e da spazio per la prima volta a una produzione 'da grandi'. Ricchi infatti gli arrangiamenti e gli strumenti adoperati per le undici tracce in questione. Novità.
Oltre alle bellissime "Dispari" (l'acustica Sanremese ha giocato a sfavore di questa perla) e"Vorrei" che in molti avranno avuto modo di ascoltare, amare e/o odiare, ci sono perle come la traccia che apre le danze, "Il Primo Volo", che si piazza subito fra le mie preferite di sempre,"I Nostri Segreti" e "Grandine" dove la band almeno in questo caso da il meglio di se non solo musicalmente ma anche nelle liriche.
Questa band sa scrivere e sa suonare e finalmente lo si sente, soprattutto grazie alla produzione, che non cerca di snaturale la natura del sound che li ha resi celebri nel loro ambiente, ma pone l'accento su particolari che fino ad oggi difficilmente sono riusciti ad esprimere.
Quello che una volta era appunto un marchio di fabbrica, lascia il posto a una sorta di 'giustizia' nei confronti di un talento che trova finalmente la sua strada e nuova linfa con un lavoro magistrale, attento e meritocratico.
Come sempre, almeno nel mio caso, la band ha fatto centro.
Questo disco ti entra dentro e a fatica ce lo levi.
Bentornati e in bocca al lupo!
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The most beautiful place in the whole fucking world!
Non c'è trentennale, importante casa discografica da dirigere o cattedra alla UCLA che tenga... tornano i Bad Religion e lo fanno con True North, diciassettesimo ed esplosivo capitolo della band losangelina uscito lo scorso 22 Gennaio.
A tre anni dal predecessore, The Dissent of Man del 2010, i sei veterani e paladini (o se proprio proprio vogliamo chiamarli in un altro modo, sopravvissuti) dell'hardcore melodico, rendono omaggio e giustizia ad un genere che ormai viene purtroppo associato a skateboarder pettinati come Justin Bieber, tutti pantaloncini corti e Vans, e a ragazzini debosciati truccati comedrag queen in sottopeso, coi tagli sui polsi, privi di originalità, spirito e attitudine, e lo fanno con sedici tracce al fulmicotone che lasciano con fiato sospeso dall'inizio alla fine, riuscendo nell'intento implicito di non far rimpiangere assolutamente i dischi degli esordi.
Tre chitarre, quelle del trittico Gurewitz-Hetson-Baker, più potenti che mai, una sezione ritmica tenuta in piedi in maniera eccellente dal colosso Bentley al basso e dall'incredibileWackerman alla batteria, accompagnano al meglio la voce del prof. Graffin che, con i soliti testi scritti in collaborazione con Gurewitz, riesce a toccare tematiche che, per la prima volta da anni, non sono esclusivamente politico/religiose, senza mai scadere nel banale, ma anzi, riuscendo come sempre a attirare l'attenzione a se come solo i grandi songwriter riescono a fare.
Difficile rimanere indifferenti a pezzi come "Past Is Dead" o rimanere fermi su pezzi come"Fuck You", primo singolo estratto, o a "Dharma and the Bomb", la mia traccia preferita del disco. Difficile controllare l'adrenalina durante l'ascolto di "Crisis Time" o "Popular Consensus".
Difficile dire di essere di fronte al solito disco dei Bad Religion, anche se a conti fatti è proprio così. Fatta eccezione per i testi, sempre ineccepibili e sempre più che attuali, ai più sarà difficile riuscire a notare qualcosa di effettivamente diverso dal passato, ma tant'è, questa è la band, quelle le canzoni. Che vi piaccia o meno.
A me, in tutta onestà, piace. Non sempre uscire dagli schemi è un bene, e nel caso dei Bad Religion rimane una garanzia di qualità.
L'importante, alla fine, è riuscire comunque a far passare il messaggio. E questa band ci è sempre riuscita.
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martedì 15 gennaio 2013
lunedì 7 gennaio 2013
Mi sono piaciuti nel 2012, mi piaceranno poi.
¡TRE! GREEN DAY
INCISIVO
KING ANIMAL SOUNDGARDEN
RUVIDO
IL MONDO NUOVO IL TEATRO DEGLI ORRORI
RABBIOSO
SUN CAT POWER
DELICATO
¡UNO! GREEN DAY
SCANZONATO
NEL GIARDINO DEI FANTASMI TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI
NECESSARIAMENTE MALINCONICO
PADANIA AFTERHOURS
IRONICO
OCEANIA SMASHING PUMPKINS
RUFFIANO
HOT CAKES THE DARKNESS
DIVERTENTE
MUSIC FROM ANOTHER DIMENSION! AEROSMITH
D'ALTRI TEMPI
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Non guardarmi così perché ho quindici anni
Sarò sincero. Pur essendo sulla scena da parecchio, pur avendone all'attivo altri sette, questo nuovo disco dei Tre Allegri Ragazzi Morti è il loro il primo in assoluto che mi sia capitato di ascoltare per intero. La maggior parte del merito va alla curiosità, alla voglia di ascoltare il resto del materiale che faceva da contorno al singolo di lancio, "La Mia Vita Senza Te", un mid-tempo malinconico che fin dal primo ascolto difficilmente riesce ad uscire dalla testa, per accorgersi poi che di contorno non ce n'è e che il resto delle materiale vive di vita propria e non fa le veci di semplice 'accompagnamento' al singolone da trasmettere in radio.
Da fan profano dell'ultimo secondo (e già qua si intuisce il mio giudizio al riguardo) mi sono ritrovato a spolpare fino all'osso questo lavoro, rimanendone semplicemente ammaliato. I molti i generi affrontati, che spaziano dal folk al reggae, fino a quel pop ben fatto e mai banale, e i molti temi trattati nei testi, fanno di questo lavoro un pretesto, una scusa per fermarsi ed ascoltare la musica come capita sempre più di rado oggi come oggi.
Un paio di pezzi deboli a parte, questo Nel Giardino dei Fantasmi, per quanto riguarda i miei ascolti, chiude un periodo fiacco a livello di nuovi ascolti e lo fa a voce alta, piazzandosi direttamente fra i dischi che più mi son piaciuti in questo 2012 appena finito.
Il mio consiglio spassionato è quello di ri-appendere qualche poster nelle vostre camerette, di chiudere la porta, di alzare il volume e di far vostri pezzi quali "Bugiardo", "Alle Anime Perse", "I Cacciatori", "La Via di Casa" e la conclusiva e bellissima "Di Che Cosa Parla Veramente una Canzone?" e far crescere in voi quella malinconia che, secondo me, in questo periodo storico, diventa sempre più necessaria.
Buon 2013.
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I fell in love, but it didn't catch your fall
Anticipato dal singolo "The Forgotten", regalato, tra l'altro, alla colonna sonora per il capitolo finale della saga Twilight (e qui mi fermerei), esce l'ultimo capitolo di una trilogia che per mesi ha reso e renderà i Green Day protagonisti indiscussi dell'autunno/inverno musicale 2012/2013. Il prossimo 11 Dicembre, infatti, la band darà alla luce (con un mese di anticipo sulla tabella di marcia) ¡Trè!, disco che chiude un cerchio aperto a Settembre con ¡Uno! e proseguito a Novembre con ¡Dos!, e che va a sottoscrivere il momento di particolare prolificità artistica e ispirazione del terzetto californiano.
Fin dall'ascolto della prima traccia, il disco fa una dichiarazione di intenti e si capisce che il resto del materiale supererà difficilmente il livello di BPM al quale la band ci ha abituati negli anni. Traccia dopo traccia ci si ritrova ad ascoltare pezzi che a tratti pagano pegno al Pop e quasi sempre ai Beatles e agli Who più melodici. Son convinto che però nemmeno i più affezionati al lato grezzo della band riusciranno a storcere il naso di fronte a pezzi come l'opening track, "Brutal Love", una ballata che profuma di anni '50, o alla bellissima "Drama Queen" (curiosità: il pezzo appare già in ¡Dos! in versione LP, al posto di "Stray Heart").
Pezzo dopo pezzo non si può far altro che rendersi conto che è materiale semplice, ma allo stesso tempo magnetico e che a tratti va a stravolgere l'immagine che un fan medio e non per forza dell'ultima ora si è fatto di una band, pur non facendo cambiare idea sul giudizio fino ad ora espresso su di loro.
Con pezzi quali "Missing You", "8th Avenue Serenade", "Sex, Drugs & Violence", "Amanda" siamo di fronte ai soliti Green Day, magari meno veloci e un po' più patinati, mentre con il resto del disco ci si ritrova a canticchiare o fischiettare melodie decisamente semplici, che restano facilmente in testa e che, nonostante questo, difficilmente potranno annoiare i più più in là con gli ascolti.
Cosa strana, ma non per forza negativa, è che la band non era arrivata a questi livelli di immediatezza nemmeno con gli episodi contenuti nei best seller American Idiot e 21st Century Breakdown. Ogni traccia presente in questo disco è così dannatamente orecchiabile da rendere ogni titolo contenuto nella tracklist un potenziale singolo promozionale, seppur mantenendo degli standard che riusciranno a non allontanare i fan della prima ora.
A chiudere le danze del disco e in generale di tutto il progetto che ruota attorno a questa trilogia, è appunto il primo singolo di cui parlavo all'inizio della recensione, "The Forgotten", una ballata che inizia con un inciso voce/piano ammaliante e che da il giusto tocco di malinconia quasi voluta che va a salutare e a tirar giù un sipario su di una trilogia che a mio avviso ha fatto centro, regalando ai fan tre lavori abbastaza diversi tra loro e affrontando tre generi che non fanno altro che confermare la bravura, il talento e la versatilità di Billie Joe, Mike e Trè Cool che col tempo son riusciti a mantenere una dignità artistica che molte band contemporanee si possono solo sognare.
Non che ce n'è bisogno, ma ogni tanto ci sta mettere i puntini sulle "i".
E nessuno ci riesce così bene come i Green Day!
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venerdì 7 dicembre 2012
martedì 13 novembre 2012
A thousand days before
"La pausa di 12 anni è finita ed è ora di ricominciare la scuola. I Cavalieri della tavola del suono sono tornati!" - E COSÌ SIA!
Esce oggi il tanto atteso King Animal, il nuovo disco dei Soundgarden!
Il primo dopo quindici anni di silenzio, il primo di una band che, a scatola chiusa, non ha dato da sperare più di tanto, ma che fin dalla prima traccia, la ormai già conosciuta "Been Away For Too Long", spalanca torace ed orecchie a nuove prospettive e ripaga alla grande le aspettative che un fan medio poteva essersi fatto.
Era difficile pensare di ritrovarsi davanti a qualcosa di veramente buono, soprattutto perché, diciamocelo, tutti son felici se la 'band preferita' si riunisce dopo anni, felici di poter vedere finalmente dal vivo chi si è perso 'ai tempi d'oro' per una questione prettamente anagrafica, ma in pochi credono più di tanto in un ritorno discografico degno di nota, soprattutto dopo i risultati ottenuti da altri progetti rinati con lo stesso intento.
Prima di loro, per esempio, riunitisi nel 2007 dopo lo split del 2000, gli Smashing Pumpkins, che con il loro primo disco post-reunion avevano bastonato le aspettative di chiunque ne avesse nutrito un briciolo, con un lavoro mediocre che definire 'esercizio di mestiere' è quasi come far loro un complimento. Certo, la band di Billy Corgan si è riscattata un minimo con il disco uscito quest'anno, ma tant'è, la delusione c'è stata e a fatica ce ne si può scordare.
Non ci si può prendere il lusso di usare il nome storico di una band e giocarci a biglie, o sei cosciente del fatto che potresti rovinare un monumento costruito con fatica e dedizione e quindi fai di tutto per onorarlo, o lasci perdere. Nel caso dei quattro di Seattle, la band è stata all'altezza del nome che porta e non date per scontata la cosa, perché, appunto, non lo è affatto.
E chi l'avrebbe mai detto? No, dico... voi, dopo le ultime due uscite cacofoniche degli Audioslave e i gli ultimi due episodi da dimenticare di Chris Cornell solista, dopo i trascorsi di un Matt Cameron completamente snaturato e a mio avviso costretto dietro i tamburi dei Pearl Jam da quattordici anni a fare ciò che non gli compete, ad intraprendere un lavoro non suo, vi aspettereste un bel disco? Io, in tutta sincerità, no.
Ero piuttosto spaventato all'idea e invece con questo King Animal si rimane basiti canzone dopo canzone per il semplice fatto che ogni pezzo preso singolarmente è confezionato così bene, ma così bene che quasi ci si può tuffare indietro di un ventennio. Ci sono brani così evocativi e, allo stesso tempo, mai banali o auto-celebrativi che causano una crescita spontanea di flanella addosso. È un disco così ben suonato che pare non abbiano mai smesso di fare musica assieme in questi ultimi quindici anni.
La voce di Cornell, inaspettatamente potente e spesso priva degli echi che hanno caratterizzato gli ultimi live, è ricamata alla perfezione sulle linee di chitarra del poderoso Kim Thayil, linee che anch'esse vanno ad accompagnare e completare le sonorità ruvide di un duo ritmico di cui un po' tutti gli appassionati del genere hanno sentito la mancanza. Matt Cameron finalmente riesce a tornare dietro dei tamburi che gli rendono giustizia e il basso sporco, ma allo stesso tempo imponente e solenne, di Ben Shepherd da il tocco finale a un prodotto che di certo non cadrà nel dimenticatoio tanto facilmente.
Difficilmente riuscirete a farne a meno dopo i primi ascolti, difficilmente i pezzi su questo disco riusciranno ad esservi indifferenti. Fidatevi.
Insomma... la tavola del suono è imbandita, buon appetito!
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Back in the Saddle, again!
Sono passati quasi quarant'anni dal loro esordio discografico e undici dal loro ultimo ultimo lavoro in studio. Tre raccolte - due antologie e una selezione di cover blues - separano Just Push Play, disco pubblicato nel 2001, dal nuovissimo Music From Another Dimension!, già nei negozi da questo martedì 6 Novembre.
Il disco in realtà doveva uscire lo scorso maggio, ma gli impegni del cantante come giudice ad American Idol, hanno fatto slittare la data della release.
Fra gli addetti ai lavori si è fatto un gran parlare di questo lavoro. In molti, infatti, dopo le voci messe in giro nel 2009 dal chitarrista Joe Perry riguardo la defezione di Steven Tyler e il suo capitolo definitivamente chiuso con la band, davano i cinque veterani del pop rock di Boston come finiti e le speranze di un ritorno discografico degli Aerosmith più come una bieca speranza piuttosto che come qualcosa di plausibile.
Al contrario di ogni aspettativa invece, il disco c'è e per di più si lascia ascoltare con entusiasmo!
Già dai primi mesi del 2011 infatti, il bassista storico della band, Tom Hamilton, lasciò trapelare qualche curiosità riguardo al materiale che stavano accingedosi a scrivere, e nel farlo non nascose che la band era seriamente intenzionata a lasciare da parte le 'sperimentazioni moderne' degli ultimi due lavori e ritornare a un sound più vicino alle origini, tanto da mettersi attorno ad un tavolo e pianificare il tutto affiancati dal primo produttore scelto per le registrazioni, uno dei Re Mida del mixer: Brendan O'Brien (sostituito successivamente in corso d'opera da Jack Douglas).
Non c'è da sorprendersi se ascoltando questo lavoro vi è la conferma che la band ha raggiunto l'obbiettivo che si era posta. Fin dalla prima traccia infatti, si respira senza troppa fatica l'aria che si respirava nei pezzi che di fatto non solo hanno scritto la storia della band, ma anche di un certo tipo di rock in quelli che erano gli anni d'oro del genere.
Non esagero quando dico che alcuni pezzi sembrano quasi pezzi esclusi da dischi come Toys in the Attic o Rocks (ho detto esclusi, chevvelodicoaffare?), senza escludere i più recenti Permanent Vacation e Pump. Un pout pourri di tutto ciò che li ha resi dei pilastri della musica di un certo tipo, un mischione che l'ascoltatore medio, ma anche quello attento, non disdegnano di certo.
Sessantaquattro anni e non sentirli, insomma.
Traccia dopo traccia il sentore che si ha è che quello che si propaga nell'aria è un sound immortale, prodotto da cinque elementi che nonostante le vicessitudini personali, nonostante i problemi passati con alcool e droga, nonostante i dissidi interni, le defezioni, gli addii e i ritoni, nonostante tutto e tutti riescono comunque nell'intento di rendere la musica padrona indiscussa di tutto quanto, un collante efficace e cinvincente che rende ammaliante ogni cosa da loro prodotta.
Non siamo di fronte ad un capolavoro, chiaro, ma vorrei proprio sentire qualcuno di voi dire che gli Aerosmith sono capaci di scrivere ed eseguire brutte canzoni.
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Oh baby, baby... it's fuck time
Ci eravamo lasciati con il primo capitolo della trilogia del gruppo di Berkeley. Due mesi fa, infatti, usciva ¡Uno!, disco che apriva le danze all'ennesima opera mastodontica griffata Green Day.
Opera che prosegue con ¡Dos! che arriverà nei negozi proprio oggi!
Ad un primo ascolto pare il proseguimento naturale del predecessore, ma prestando un po' più di attenzione si può notare che c'è un bel po' di carne in più sul fuoco; a partire dal sound, che risulta essere un po' più elaborato, meno spensierato, un po' più granitico negli arrangiamenti e decisamente meno ridondante del predecessore. Si può notare un piccolo sforzo nel voler far si che questo disco faccia si parte sì di una trilogia, ma con la voglia di vivere vita propria.
Mentre col primo lavoro alla mente ritornano i fausti della gioventù e del power pop dei primi dischi, ascoltando questo materiale pare che la band voglia dimostrare di saper essere anche di più. I pezzi giocosi e cazzari lasciano spazio a un sound più veloce e grezzo e ad una voce spesso in sordina come a ricordare la vecchia garage anni '70.
Con arrangiamenti un po' più 'pensati', ma allo stesso tempo granitici, questo capitolo si distingue dal precedente anche per una compattezza dei pezzi fra di loro e per dei toni a tinte un po' più scure del solito.
Le danze si aprono con "See You Tonight", un pezzo cantato e suonato in sordina con Billie Joe Armstrong accompagnato dalla sola chitarra elettrica non amplificata e un controcanto femminile, pezzo che può fuorviare l'ascoltatore che sicuramente si aspetta una seconda traccia dello stesso stampo o poco diversa, ma in realtà con "Fuck Time" prima e "Stop When the Red Lights Flash" poi non riuscirà a tirare il fiato almeno fino alla quinta traccia, "Wilde One", dove la batteria rallenta e le chitarre si quietano per 4 minuti e 19. Arrivati a "Makeout Party" invece, non si può fare a meno di pensare che potrebbe essere un pezzo qualsiasi fra quelli scelti per comporre un disco a nome Foxboro Hot Tubs, side project retrò della band.
Il tutto prosegue senza ostacoli fino alla fine con midtempo quali "Stray Heart" (primo singolo estratto da questo lavoro) o "Baby Eyes", passando per la potente trascinante "Lady Cobra" arrivando alla "Kill the DJ" di questo disco, e cioè l'inusuale e sensuale "Nightlife" che si discosta da tutto il materiale prodotto dal trittico californiano dagli anni '90 ad oggi. In questo pezzo infatti, oltre alla atipicità del cantato, vi è pure una seconda voce femminile che si fa spazio nel giro di chitarra con metrica rap. Questo a dimostrazione del fatto che il pezzo voleva essere qualcosa di diverso dal solito, riuscendoci.
Il disco si chiude con la prima vera ballata presente nella tracklist e cioè "Amy", dedicata all'artista scomparsa di recente, Amy Winehouse. Molto coinvolgente e dal sapore Beatlesiano, uno dei pezzi forti di questo lavoro.
Ottima chiusura per questo ¡Dos! che aggiunge qualcosa in più ad una discografia già abbastanza variegata, senza però stancare o riuscire a far storcere il naso ai fan di vecchia data della band. Anzi, l'ascolto di questo materiale potrebbe creare dipendenza, quindi attenti! Fatene buon uso.
Per quanto riguarda ¡Trè!, suo successore nonché disco che chiuderà la fantomatica trilogia di cui parlavano nella precedente recensione, c'è una novità. Pare infatti che a causa delle condizioni di salute di Billie Joe, la band abbia annullato le date rimanenti in questo 2012 e abbia posticipato quelle dei primi due mesi del 2013, quindi forse per rientrare nei costi di produzione, forse per dare un contentino ai fan che non potranno vederli a breve, l'uscita prevista per il 15 Gennaio è stata anticipata al prossimo 11 Dicembre.
Non ci resta che aspettare.
Meno dell'ultima volta, of course.
Stay tuned...
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martedì 16 ottobre 2012
mercoledì 26 settembre 2012
Shoot the Fucker Down!
Appena due dischi nel decennio scorso non sono bastati ad attribuire ai Green Day la fama di scansafatiche, anzi, con appena due lavori sono riusciti a riempire per un intero decennio platee in tutto il mondo, a vendere milioni di dischi, a realizzare un musical per Broadway incentrato sull'ormai best seller American Idiot e ora, a distanza di tre anni dall'ultimo lavoro in studio, 21st Century Breakdown, riappaiono più in forma che mai con tre (avete letto bene) dischi in studio che verranno pubblicati a distanza di due mesi l'uno dall'altro.
Il primo disco di cui fra poco vi parlerò è primo della trilogia, è intitolato ¡Uno! e potrete trovarlo nei negozi già dal prossimo 25 Settembre. Per il secondo disco, ¡Dos!, dovrete attente fino al 13 Novembre, invece per il terzo e conclusivo capitolo della trilogia, ¡Trè!, fino al 15 Gennaio.
Da fan quindicennale devo ammettere che aspettavo, non dico con ansia, ma quasi, il ritorno sulle scene del terzetto (+1, Jason White, che dal 1999 è il secondo chitarrista non ufficiale della band) di Berkeley. Sto ascoltando da più o meno dieci ore in semi-loop questo lavoro e la prima impressione è che il decennio a cui facevo riferimento qui sopra, si sia polverizzato nel nulla e che la band riprenda un discorso lasciato in sospeso col disco del 2000, Warning. Quello che Billie Joe & co. propongono è di fatto un Power Pop che ricorda tantissimo i lavori degli esordi, quelli che li hanno resi dei numeri uno del genere a metà anni '90, quando le masse iniziavano a stancarsi del fantomatico Seattle Sound, dalle atmosfere cupe e poetiche di quella scena, e il loro bisogno virava verso i confini della - concedetemi la licenza poetica - cazzoneria più sfrenata, caratterizzata da sferragliate in power chord e zero assoli o virtuosismi di alcun genere. Non vi dico la soddisfazione! Io personalmente mi ero stancato della formula del concept, ormai banale e ripetitiva, e sono felice della svolta/non svolta che mi fa tornare quattordicenne.
Ok ok, ad ascoltare questo lavoro pare di sentire riadattamenti di pezzi anni novanta suonati con la maturità odierna, con l'aggiunta di qualche assolo che nel '94 Billie Joe non si sarebbe mai sognato di riuscire ad eseguire, certo, e melodie spesso prevedibili... ma chissenefrega, sono i Green Day! Di certo un loro fan della prima ora o quasi non potrà che essere felice di ritrovarsi fra le mani un lavoro composto da pezzi che per la loro semplicità e la loro efficacia sarebbero potuti tranquillamente essere inseriti in Dookie, che per il loro tiro non sarebbero stati inferiori certo ad un qualsiasi brano estratto da Insomniac e che per la loro compattezza sonora non sarebbero sfigurati nella tracklist di quella figata chiamata Nimrod.
Insomma, un rock viscerale, semplice e diretto. Con atmosfere e cavalcate che solo questa band riesce a mettere in piedi. Partono in quarta con "Nuclear Family", pezzo che apre le danze e ti fa già saltare sulla sedia, per un susseguirsi di tracce potenti e dirette che non ti fanno tirare il fiato un solo momento. Eccezion fatta per il singolo di lancio, "Oh Love", che ricorda i trascorsi del passato recente e "Kill the DJ", secondo estratto del disco, dove possiamo sentire i Green Day alle prese con sonorità mai affrontate nemmeno nei side-project The Network e Foxboro Hot Tubs, i pezzi che compongono questo disco appaiono all'ascoltatore come le più oneste e spontanee incise da un sacco di tempo a questa parte. Che si siano lasciati alle spalle i loro trascorsi da poser e siano tornati a fare rock 'n' roll senza la pretesa di essere emulati stilisticamente dai loro ascoltatori? Bah, forse. Ma ripeto, chissenefrega!
Mettete nello stereo dell'auto ¡Uno!, non ve ne pentirete.
Io intanto continuo con l'ascolto ossessivo e a farmi venire la febbre come un(a) quindicenne in trepidante attesa per i prossimi due lavori.
Stay tuned!
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Free. Free, everything you ever wanted. Fuck me.
In barba alle multinazionali macina-banconote, ecco che la Matador - piccola realtà discografica indipendente - per l'ennesima volta in due decenni, da alle stampe l'ultima fatica di Chan Marshall, al secolo nota come Cat Power.
Sun esce a distanza di sei anni dal bellissimo The Greatest e, stranamente, a differenza di altri artisti di fama quantomeno nazionale, quando si parla di Cat Power non si parla di qualcuno che lascia in febbrile attesa fan in crisi d'astinenza da nuovo album, piuttosto si pensa a un'artista che, nel bene o nel male, non stanca mai perché il il suo punto di forza è un genere che difficilmente viene a noia, ma del quale altrettanto difficilmente si sente la mancanza. Personalmente penso che ogni lavoro dell'artista abbia la forza di vivere di se stesso, senza bisogno di un successore o qualcosa che ne confermi la grandezza o l'inferiorità. Ogni suo lavoro è così pregno di personalità che chiedere quale sia il migliore sarebbe come chiedere a una madre a quale figlio vuole più bene. C'è però da dire che, in questo caso, ascoltando il disco, ciò che salta all'orecchio è che nonostante viviamo in una realtà dove ci si deve abituare all'involuzione di un artista, c'è chi come Chan - e qui l'esempio dei figli calza a pennello - fa crescere la propria musica disco dopo disco e qui, dopo infanzia e pubertà, arriviamo tranquillamente all'ipotetica maggiore età.
Dal 1995, infatti, il suono dell'artista è mutato fino a raggiungere una raffinatezza e una bellezza che forse solo lei come donna riesce ad essere un esempio e un paragone 'estetico' calzante. La bellissima e talentuosissima cantautrice riesce di fatto la lasciarti addosso quella sensazione di compiuto che in pochi nella discografia post 2000 riescono a fare. È passata dal suonare una chitarra come solo accompagnamento alla sua voce pacata e soave, ad arrangiamenti che si avvicinano a un pop mai banale ma, anzi, assolutamente delizioso e coinvolgente. In questo lavoro riesce persino a cimentarsi in semi-cavalcate alla Black Sabbath senza sembrare ridicola. Sfido chiunque a non assumere un'espressione soddisfatta e compiaciuta, come se stesse ascoltando una qualsiasi "Iron Man", durante l'ascolto "Silent Machine". Se ci riuscite, provate a non muovere la testa su pezzi come "3, 6, 9" e "Cherokee" o a non restare ammaliati da pezzi come "Ruin" e "Manhattan". C'è persino modo di capitolare in atmosfere anni '70, con una lunghissima (oltre i dieci minuti), psichedelica ed evocativa "Nothin' But Time" che dalla metà del pezzo in poi ospita il miglior Iggy Pop che fa capolino con il suo irresistibile e affascinantissimo timbro vocale.
Il disco finisce l'addove non ti aspetti, ed è difficile non rimanere sorpresi e divertiti durante la conclusiva "Peace and Love" che altro non è che un midtempo che sfocia quasi nell'r'n'b di oggi, quello che strizza l'occhio al rap, ma di certo senza mai risultare ripetitivo o già sentito.
Diciamocela tutta, per gli amanti del genere questo è un inatteso ritorno che, sommato al fatto che fra le mani abbiamo un gran bel disco, a mio avviso dovrebbe accompagnare molti dei vostri risvegli. Buon umore e serenità assicurati.
Se invece riusciste a svegliarvi con affianco lei... tanto meglio!
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...SUCK MY COCK!
Negli anni '60/'70 ci avevano abituato bene gli Stones, gli Zeppelin ci hanno fatto innamorare, gli AC/DC esaltare e gli Aerosmith ben sperare. Gli anni '80 ci hanno regalato buoni sprazzi di creatività con i Guns N' Roses e pacchianate di dubbio valore (non me ne vogliano i fan, ma il parere è mio e me lo tengo stretto) con Bon Jovi, Europe, Mötley Crüe e Skid Row. Negli anni '90 qualche conferma c'è stata, anche quando nuove realtà alternative molto interessanti si fecero largo sfacciate nel music business, ma per ritrovare un rinnovato amore nei confronti dell'hard rock suonato alla vecchia maniera, quel vecchio e sano rock 'n' roll sporcato con blues e paillettes, bisogna però aspettare l'alba dei 2000.
Gli Stones ormai sono un gruppo di vecchietti riempistadio che fanno il loro sporco lavoro, seppur composto di revival, egregiamente, gli Zeppelin ci hanno ormai lasciati orfani della loro musica dal vivo da ormai un trentennio abbondante, gli AC/DC ci riprovano di continuo e, anche se la formula funziona, è la solita solfa e i redivivi Guns N' Roses, ormai snaturati e orfani della formazione che li ha resi delle leggende, non emozionano più. I Bon Jovi, gli Europe e i Mötley Crüe purtroppo esistono ancora e forse gli Skid Row ci daranno il dispiacere di bussare di nuovo alle porte della discografia.
Quello che oggi resta all'ascoltatore medio è un manicolo di coverband (possa Ronnie James Dio avere pietà di voi) e qualche rara eccezione in cui ci si ritrova ad ascoltare dischi di band, più o meno valide, che hanno macinato i dischi delle realtà appena citate, per poi rigurgitare canzoni che di certo non le fanno rimpiangere più di quel tanto. Gruppi come Wolfmother, i recenti Rival Sons o gli svariati progetti di Jack White aiutano il nostalgico come il metadone aiuta l'eroinomane.
Poi invece ci sono i The Darkness, band sulla quale vorrei soffermarmi in questo post, che nel 2003 riuscirono ad ammaliare mezzo globo con il loro disco d'esordio, Permission to Land e, fra alti e bassi a livello personale, a dare una conferma gradita con il successivo One Way Ticket to Hell... and Back nel 2005. Successo così grande e immediato che evidentemente diede alla testa al quintetto inglese, tanto da annunciare nel 2006, dopo appena tre anni dal loro esordio dicografico, che per problemi personali dettati da dissidi interni e una preoccupante tossicodipendenza del cantante Justin Hawkins, la band si sarebbe sciolta a tempo indeterminato.
Nel periodo che va dal 2008 al 2010 la rete, che si sa, è fonte di miriadi di informazioni e mezzo per i messaggi subliminali più disparati, aveva regalato ai fan la speranza di un ritorno di fiamma fra i membri della band, fino alla conferma dell'effettiva reunion avvenuta nel 2011, quando si apprende dal mezzo di informazione che il gruppo è effettivamente al lavoro per il suo terzo lavoro in studio. Justin (ormai disintossicato e con una tutt'altro che soddisfacente parentesi solista) and co. tornano infatti con Hot Cakes, dato alle stampe il 20 Agosto di quest'anno.
Il disco non si discosta dalla formula usata nei due predecessori, un mix di rock 'n' roll ed ironia che da sempre riesce a fare apprezzare il gruppo anche ai meno appassionati al genere.
Ad accendere la miccia di questo lavoro è il terzo singolo promozionale in ordine di tempo, "Every Inch of You", un crescendo ritmico di percussioni/chitarra/basso che sfocia in un ritornello alla loro maniera, con un testo che dire divertente è poca cosa. Si susseguono cavalcate poderose di hard rock di ottima fattura. Con "With a Woman" e "Keep Me Hangin' On" ci si ritrova immersi negli anni '70 senza ritegno, con "Living Each Day Blind" lo stampo riconoscibilissimo della band si impone su una melodia che si alterna ad assoli virtuosi a due e ad un ritornello così coinvolgente che sfido chiunque a non cantarlo a squarciagola durante l'ascolto in auto.
Già solo arrivando a "Concrete" ci si accorge di aver speso bene i propri soldi e sulle note conclusive della cinica e ruffiana "Love is Not the Answer" si fatica a non rimettere su il disco e questo, si sa, non denota altro che la riuscita del lavoro in toto.
Che i fratelli Hawkins alle sei corde ci sanno fare si sapeva, ma riuscire a regalare parti di chitarra che ricordano i migliori AC/DC senza però far mai storcere il naso, non è cosa da poco.
Curiosa e spiazzante è la cover di un pezzo più che celebre dei Radiohead, "Street Spirit (Fade Out)", dove la band si cimenta in un simil speed-metal sgraziato che riesce a far sorridere chi di solito su un pezzo come questo tutto fa tranne che rallegrarsi e, chissà, magari l'intento della band era proprio quello di rendere divertente un pezzo che di certo non aveva bisogno di reinterpretazioni per essere considerato un capolavoro. Che sia un loro modo di dargli giustizia a tuttotondo?
Ritornano così i The Darkness e non si può certo restare indifferenti a un loro lavoro. Certo non aggiungono niente al genere, ma di sicuro ne confermano la grandezza e il potenziale. E poi, fidatevi, con questo disco la band non tradisce le aspettative: se avete apprezzato i due lavori precedenti, sappiate che anche con questo Hot Cakes il divertimento è assicurato!
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